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Turismo e prenotazioni d'Albergo a Roma  tra 1700 e 1800

Da quanto tempo si va verso i medesimi luoghi di Roma?

Per secoli e secoli, compiendo pellegrinaggi della cultura fino alla Capilate, migliaia di turisti hanno prenotato un albergo a Roma e si sono diretti verso la città, così come un tempo le strade del mondo seguivano la rotta delle crociate, dei santuari, delle vie della seta.
Forse mai ci si è potuti sottrarre al magnetismo di abitare un albergo in un luogo tanto emblematico. Sul magnetismo di Roma, o meglio dell’idea di Roma, goduta magari da un hotel economico di fronte al Colosseo, si potrebbe disquisire per ore, seguendo le migrazioni dai cieli della Mitteleuropa verso una classicità a lungo sognata.

Parlare del Tour, del Grand Tour come istituzione aristocratica e più tardi borghese, è parlare del tema dei viaggiatori in Italia. Vi si invita a rileggere questa centralità di Roma non tanto come esperienza conclusiva del viaggio, quanto piuttosto come scelta di vita, soggetto irresistibile di seduzione, approdo irrinunciabile per la creatività degli artisti. Subito dopo la prenotazione, l'attesa febbrile di quell'incontro con Roma era spasmodica. Per gli artisti del passato l’incontro che non sarebbe stato economico in un epoca in cui i viaggi e gli alberghi costavano più di oggi. I lunghi inverni che precedevano il soggiorno in albergo a Roma, l'eccitazione per quell'episodio catartico che era l'abbraccio mitizzato con Roma, avrebbero consentito agli artisti delle metafore e delle antologie folgoranti.

"Non credevo fosse possibile innamorarsi di un colonnato", scriveva, per paradossi, Flaubert il quale già si era spinto fino a baciare l'ascella marmorea della Psiche scolpita da Antonio Canova: "ed è stato questo, da lungo tempo, il mio solo bacio sensuale".

Contro il cielo blu della città e della sua mitica campagna, le adesioni di chi affacciandosi dal suo albergo a Roma vedeva le rovine di un monumento, avevano avuto altre volte un'espressività forse meno teatrale ("la magia con la quale Roma ci incatena", scriveva più pacatamente Goethe), ma non meno esplicita e definitiva. "Qui solo" ripetevano gli artisti nordici, da Winckelmann a Schlick, a Zoega, a Carstens, "qui solo" si doveva restare, questo soltanto era il luogo di elezione per educarsi e per crescere.

Si dovrebbe vivere in un albergo a Roma "da turisti", attraverso la sentimentalità, lo sguardo, la stupefazione, la gioia di quella piccola colonia boheme che, effettuate le prenotazioni da lontanissimo, lasciava un'esistenza comoda per dirigersi verso la rivelazione luminosa del Sud. Una vita nel buio, che Holderlin, da poeta, chiamava esasperando "una vita da ostriche", fino alla luce solare dell’hotel di Roma.

Ma quale Roma incantava a quel tempo?

Nei primi anni dell’Ottocento, la Roma archeologica e classica, che perfino un re, se colto e europeo come Gustavo III di Svezia, non aveva voluto mancare (la sua firma graffita, sulle volte dipinte della Domus Aurea, porta la data di un giorno di aprile del 1784) si avviava verso una mutazione. Roma, o se vogliamo l'effetto-Roma, teneva ugualmente. Perché nel frattempo l’"aura" era transitata dalle rovine ai luoghi antimonumentali, dall'antico al tessuto urbano, dall'archeologia visionaria e iperbolica di un Piranesi, alla resa semplificata e di sintesi di chi, come il pittore francese Valenciennes, intendeva restituire di Roma "la storia reale, non il romanzo", dalla magnificenza delle rovine del Foro, intravisto dall’albergo. E su queste premesse decollavano nuove esperienze, visioni profondamente mutate, infatuazioni ardenti per una Roma popolana e diversa, ugualmente stregata e incantevole. I racconti delle sere nelle osterie di Trastevere, il sole abbacinante e l'ombra dei pergolati, l’albergo e le soffitte degli artisti: luoghi marginali di una Roma al tramonto oppure luoghi canonici, riproposti senza enfasi. A volte si scivola verso il folklore: tarantelle, carnevali, ciociare preludono al fatale approssimarsi del peggio, alle pochades oleografiche del più commerciale Ottocento. E non soltanto per l’effetto struggente che la nostalgia attribuisce ai luoghi "perduti": degradati, distrutti, irriconoscibili, comunque non più a portata della nostra esperienza, se non per le strade, colte e letterarie, dei reportages di chi un tempo li ha amati.

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